cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

15 maggio 2013

un viaggio tra le forme


L´apostolo del design che riproduce la storia


In occasione dell'uscita del libro di Maura Santoro "Un viaggio tra le forme" dedicato all'attività didattica, produttiva e di ricerca di Filippo Alison riporto di seguito un'intervista di alcuni anni fa a cura di Patrizia Capua.



Si è messo sulle tracce della storia ancora ragazzino. Nato a Torre Annunziata, è cresciuto accanto ai reperti archeologici di Pompei e Oplonti. «Ero sempre lì, nella città degli scavi, passavo interi pomeriggi immerso in un´altra dimensione e ho avuto la fortuna di conoscere il mondo «visibile» fin dalla prima infanzia» racconta Filippo Alison. Napoletano ma anche un pò straniero per via del bisnonno Michael che a metà dell'800 dall'Irlanda sbarcò a Meta di Sorrento in cerca di lavoro e in quella marina si fermò per costruire velieri.
Forse ha ereditato da lui quei pungenti occhi turchesi e lo spirito di avventura che l´ha spinto a cercare il valore storico degli oggetti. Quasi una febbre di conoscenza che diventerà linea guida del suo lavoro di architetto. La casa che da un terrazzo-serra si affaccia sul bel mare di Posillipo, è il suo cantiere di lavoro. Un interno liberty con la straordinaria e privatissima galleria di microarchitetture dell´Art Nouveau che hanno fatto la storia del design moderno. Una collezione in miniatura di opere-simbolo come la "Main Ouverte", la "Mano aperta" progettata da Le Corbusier per la Piazza dell´Ombra della città di Chandigarh, capitale del Punjab in India, che rappresenta lo scambio nella collettività.
A separare gli ambienti, ritagli di vetro colorato tessuti con il piombo con disegni ispirati alla rosa, il fiore che ancora oggi domina i giardini d´Inghilterra, tre cornacchie e la frase «One morning oh so early», la collezione di caffettiere tra cui due ornate da sinuose sirene simbolo di Napoli. Idee di bellezza che non perdono di vista l´uso quotidiano degli oggetti. Su un tavolino piccole terracotte della ceramica Stingo, vasai dal XVIII secolo, esempi di manufatti e tecniche produttive artigianali e protoindustriali, una ricca biblioteca. È un uomo che dialoga con gli oggetti, Filippo Alison, 75 anni ricchi di carisma.
Abita qui con Maura, moglie scrittrice, la giovane figlia Aurora e una amorevole tribù di cani e gatti. In una foto di Settanni, c'è lui più giovane a Venezia, qualche anno fa, con il cappello di feltro nero che porta sempre d´inverno. Architetto, studioso di design, dal 1971 titolare della cattedra di Arredamento e Architettura degli interni all´università di Napoli, dal 1973 è curatore delle riedizioni "I maestri", dal 1998 direttore della Scuola di perfezionamento in Arredo e progetto del prodotto.
«Questa stanza è un deposito, una risposta alle mie esigenze» spiega accostandosi al tavolo che la occupa per buona parte: «Lo progettò Mackintosh per la sala riunioni del direttore della School of art di Glasgow». Ha iniziato studiando il "Movimento Arts and Crafts", (Arti e Mestieri) che nell´Inghilterra vittoriana tentò la mediazione tra produzione industriale e artigianato. Ha indagato il design dei maestri a cavallo tra l´Ottocento e il Novecento: a partire dallo scozzese Charles Rennie Mackhintosh, uno dei fondatori del Movimento Art nouveau, e poi Wright, Le Corbusier e di madame Perriande, e ancora Rietveld, Hoffman, Olbrich, Berhenz, Breuer, Asplund, il visionario Gaudì.
Artisti che la storia ha consacrato come grandi innovatori. Studi che hanno prodotto libri, saggi e articoli sulle riviste internazionali e mostre nei più importanti musei d´Europa, in Usa e in Giappone. La più recente fatica di Alison è una raccolta sui designer italiani dal '50. «L´ambiente come riferimento concreto è il punto fondante della disciplina che insegno all´università di Napoli» spiega, «ho impegnato mezzo secolo a scavare nella conoscenza tra gli uomini e le cose che li circondano, a cercar forme in significati che sembrano invisibili, che "sono" invisibili materialmente, però esistono. Tutto ciò che è sulla terra è design, le differenze sono nel modo di costruire, utilizzare, vendere, ciò in rapporto alle diverse funzioni».
Inseguendo questa sua passione, ha girato due anni per i musei di mezzo mondo, case, depositi, fino in Lettonia, con l´amico François Burkhardt, ex direttore del Beaubourg di Parigi, a snidare, visionare e catalogare gli oggetti «magistrali» abbandonati all´incuria, persi alla memoria collettiva, che sono stati recuperati, studiati e infine proposti al pubblico e all´uso moderno. Nella casa museo di Taliesin, Spring Green, nel Wisconsin, lo storico del design rintraccia la prima sedia a "botte" disegnata da Frank Lloyd Wright nel 1904 per Darwin D. Martin e oggi prodotta da Cassina. Poi fu la "Midway", nel 1914, in tondino d'acciaio verniciato.
Erano gli anni '60, quelli del boom del design italiano nel mondo. Partiva la sperimentazione, ricerca tecnica e formale a opera di designer come Mario Bellini, Paolo Caliari, Vico Magistretti, Gaetano Pesce, Tobia Scarpa. La visione strategica si sviluppa con l´inizio dell´operazione culturale di restituzione alla produzione degli arredi significativi dei più famosi architetti del XX secolo: l´Operazione Maestri, che porta la firma di Alison. Una ricerca di nuove prospettive tesa alla diffusione di valori culturali universalmente accreditati, attraverso un attento lavoro di analisi e reinterpretazione dei prototipi e/o dei disegni originali.
Nel 1964 vengono acquisiti i diritti di riproduzione di quattro modelli di Le Corbusier: nel 1968 in accordo con il Bauhaus-Archiv di Berlino sono prodotti gli scacchi e alcuni tessuti della produzione della Bauhaus, nel 1971 tocca ad alcuni arredi di Rietveld, nel 1972 ancora Mackintosh fino agli inizi degli anni '80 con la poltrona di Asplund denominata Senna perché disegnata del maestro svedese per il Padiglione svedese all'Esposizione di Parigi del 1925.
La ricerca che sfiora l'ossessione negli anni si è trasformata in un´attività vera, professionale che per i risultati va oltre le modeste aspettative di partenza. «Ho invitato una piccola azienda mobiliera del Nord Est, Cassina, a tentare. Così abbiamo cominciato a ri-costruire alcuni oggetti di Mackhintosh e poi altri con l'idea di darli alle scuole d´arte e design, ai musei, volevo farli conoscere. Invece sono stati prodotti, catturati completamente dai diversi livelli di consumo». Dopo tanto lavoro, il professore Alison amatissimo dai suoi studenti, è un artista schivo e modesto. Il successo gli è valso, tra l'altro, la medaglia d'oro di "Apostolo del design", assegnata nel tempo anche a Bruno Munari, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Marco Zanuso e Tomas Maldonado.
Ma la modestia gli riserva un ruolo appartato e lo spazio per coltivare grandi amicizie, con il sociologo Domenico De Masi e il critico d´arte Angelo Trimarco. Un legame forte con Ravello, suoi i lampioni pubblici della località costiera che incantò Wagner, inevitabile la firma al manifesto degli intellettuali schierati in difesa dell´Auditorium progettato da Oscar Niemeyer. La chiama, semplificando, «lettura dei valori storici degli oggetti». Teoria a lungo discussa e sviscerata con gli architetti amici Ettore Sottsass e Achille Castiglioni. «Di Wright - dice - ho riprodotto 750 modelli, di Mackintosh una collezione di 35 sedie tra il «'68 e il '70». Nel '73, alla Triennale di Milano, si è divertito a esporle una in fila all'altra in un lungo corridoio.
Il professore con la barba bianca siede sul "gabbiano che vola", simbolo della municipalità di Glasgow. L'orologio da tavolo ha delle cifre, tanti pallini e strisce come code di cometa, dà l´idea del passaggio del tempo più per la configurazione dell´intarsio che dalle lancette, e poi sembra muoversi al contrario. Una lettura più affidata alla sensibilità dell´individuo che alla consapevolezza. Proprio ciò che Alison vuole dimostrare. Si è espresso anche nel ri-arredare la casa di le Corbusier, "Maison la Roche" a Parigi. «Le persone acquistano mobili vecchi perché hanno bisogno della storia anche nella sua forma più normale. Mi sono messo sulle orme di un movimento culturale che nel decennio uscito dalla guerra, accanto all´ansia di migliorare la qualità della vita, ha guardato con interesse al valore del preesistente.
Allora si è scoperto il valore storico dell´architettura, urbana e anche come involucro, dalla collettività al singolo, come modo di vivere nella propria casa». Questo progetto/utopia - riflette Alison - poteva nascere soltanto a Napoli - riflette Alison - perché qui non c´è produzione, che se ci fosse stata ci avrebbe distratto. Complice quel senso di libertà che la città conserva e in molti casi diventa sana anarchia. Il Meridione conosce questo spessore di valori che vanno oltre gli interessi venali, non voglio offendere nessuno, ma è così. Il ruolo del design sta nella diffusione del valore attraverso il soddisfacimento di necessità, è il compito che la società ha affidato agli architetti. Nell'attività didattica bisogna andare oltre il necessario, perché in qualsiasi lavoro fatto con passione c´è sempre qualcosa di più da sapere.
Chiedersi continuamente il perché dei fenomeni dà forza all'esistenza. Se misuro queste riflessioni con il tempo concreto della vita, a 75 anni posso dire di essere contento. Nel microcosmo che mi appartiene credo di aver fatto abbastanza. Eppure ho ancora voglia di approfondire. Lavoro sempre con l´idea di fare un´altra scoperta».



08 maggio 2013

fare luce o essere luce?





Ci sono lampade che “fanno luce”, com'è naturale aspettarsi, altre che, invece, vanno oltre tale compito essenziale e divengono, esse stesse, "luce". La differenza tra “fare luce” ed “essere luce” è significativa: alcuni corpi illuminanti infatti riescono (solo) a produrre la luce adeguata a determinate necessità, situazioni e funzioni, altri invece si "inventano" atmosfere, toni, effetti di luce ed ombra, sfumature di colori capaci di andare oltre i bisogni, proponendo caratteri e sensi che pervadono gli spazi, segnandoli e definendoli. Non solo, ciò che "fa luce" di solito è un oggetto dalla morfologia e dai tratti precisi e segnati, è un prodotto visibile e riconoscibile, tanto che si può dire che lo sforzo del progettista, in questi casi, è rivolto proprio all'oggetto, al suo aspetto e figurazione, quindi al "manufatto" inteso come elemento che "supporta le lampadine"; ciò che "è luce", invece, rinuncia ad una sua propria forma, cerca quasi di smaterializzarsi, di annullare la propria presenza fisica a vantaggio della luce che diffonde. Elemento semplice e, a volte, astratto che trascende e omette il suo lato tecnico con cui, tuttavia, plasma e disegna l'ambiente, lo spazio, lo cela o lo mette in risalto, lo sfuma o lo esalta, lo nega o lo conferma. Insomma, volendo ulteriormente accentuare tale suddivisione, il designer di ciò che “fa luce” disegna il prodotto, la cosa che illumina, colui che invece pensa e realizza ciò che "è luce", progetta l'ambiente, o meglio predispone e concepisce precise e dettagliate "ambientazioni". Prevede cioè alterazioni dello spazio preesistente, immaginando vere e proprie "scene" di vita pervase di senso e contenuto, dettate e definite dalla luce, modificando ed innovando totalmente l'habitat quotidiano, riscattandolo dal suo anonimato, facendolo diventare forma e sostanza di precise narrazioni, di bisogni e di necessità estetiche.
Il panorama dei sistemi illuminanti è sempre stato diviso, pur inconsapevolmente, in queste due categorie, ma negli ultimi anni si è assistito ad un fenomeno inaspettato: il passaggio a nuovi sistemi di illuminazione, l'abbandono progressivo dei bulbi ad incandescenza a favore, prima delle lampadine a risparmio energetico fluorescenti dalle forme bizzarre quanto improbabili, poi dei LED aggregati in diversi modi, ha comportato il necessario adeguamento delle normali armature illuminanti già in commercio evitando, tuttavia, il loro stravolgimento. A ciò va aggiunto anche il proliferare di prodotti, promossi come nuovi, in realtà semplicemente “derivati” da lampade famose e riconoscibili a cui sono stati imposti i nuovi elementi tecnologici. Questa deriva ha caratterizzato una impasse nella definizione di nuovi corpi illuminanti e quindi sempre più ad una tensione verso il disegno di “lampade” piuttosto che di “luce”, ad esclusione, ed è facile comprendere la ragione, di prodotti molto tecnici per situazioni specifiche (commercio, ufficio, esterni) che si sono lentamente appropriati dei nuovi mezzi offerti dal mercato.
Da poco si assiste finalmente ad una inversione di tendenza: molti nuovi prodotti nati intorno ai più sofisticati ed innovativi sistemi illuminanti, oggetti pensati per i LED e con i LED e non adattati a tale tecnologia. Progetti di design coerenti con le richieste di un mercato sempre più esigente ma anche specializzato e le possibilità derivanti dalle nuove frontiere della ricerca tecnologica. Passeggiando tra gli stand si perdevano di vista le forme delle lampade o il disegno delle strutture e rimanevano impressi nella retina solo aureole di luce, linee e geometrie ardite, coni e fasci, insomma luce come sostanza dello spazio abitato e non come effetto. Luce per ogni esigenza, rigorosamente controllata, luce per ogni bisogno o necessità, calcolata e verificata, ma in ogni caso luce, quasi a prescindere dai sistemi fisici in grado di produrla. Luci che controllano finanche la loro stessa "assenza", che disegnano cioè anche le ombre, proponendo sulle superfici che delimitano lo spazio disegni in chiaroscuro più affascinanti e presenti degli stessi elementi che li producono che, al contrario, fanno di tutto per sparire, per mimetizzarsi, o addirittura per compenetrarsi nelle pareti e nei soffitti. Il LED, punto discreto e isolato, aggregato ora in linea, ora in superfici, si addensa e si dirada, si flette e si torce, componendo quasi spontaneamente, come i singoli pixel di una immagine digitale, il volto dello spazio desiderato.
E' evidente che si è all'inizio, ma il percorso è stato intrapreso e per colui che progetta gli interni, non il designer o il tecnico, ma proprio l'architetto o l'arredatore, si aprono nuove opportunità per creare sensazioni e condizioni in cui far vivere l'uomo. La luce artificiale, com'è stata per secoli quella naturale, torna ad essere vero e proprio "materiale da costruzione", mezzo attraverso il quale ottenere il soddisfacimento di bisogni non solo fisici e misurabili, ma anche psicologici e del tutto personali. Insomma di nuovo uno strumento per costruire lo spazio, per pensare una architettura capace di emozionare e di raccontare, dove raccogliere sogni e desideri, avvolgendoli in un abbraccio - di luce - morbido e sensuale.