cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

18 marzo 2017

iLive


Facciamo un paragone tra realtà virtuale e materiale, tra spazio potenziale e fisico, tra strumenti divenuti di uso comune per la comunicazione e luoghi concreti per le relazioni.
Gli apparecchi multimediali contemporanei con cui accedere a “contatti” immateriali – ma comunque concreti – sono dotati, com'è noto, di una parte di sistema dato e comune a tutti gli apparecchi che contempla, tuttavia, la possibilità di essere personalizzato nella sua gestione e nella sua visualizzazione. Gli smartphone o i tablet, ad esempio, hanno una consistenza fisica e un sistema operativo che li rendono tutti uguali, ma sono altresì predisposti per essere, nell'interfaccia con l'utente, totalmente “customizzabili”, resi cioè unici dalla volontà dell'utilizzatore che se ne impossessa, agendo su di esso, attraverso scelte che gli sono proprie, che fanno di quello strumento il proprio personale oggetto.
Questa fu, all'inizio, la filosofia dei prodotti Apple che, dietro il suffisso “i” dei suoi prodotti (iMac, iPhone, iPad), non solo celava il termine “interactivity” ma anche “I”, inteso come io, proprio perché capaci di avere un carattere unico e riconoscibile. Oggi tutto questo è acclarato tanto che, tale modo di intendere un prodotto, altrimenti banalmente funzionale o espressivo, ha influenzato ogni tipo di oggetto capace di avere una relazione esclusiva con il suo utilizzatore; sistemi manipolabili – in fase di acquisto o di utilizzo – più che “cose” determinate: dalle automobili, che possono essere scelte in infinite configurazioni e varianti, fino a tutti quei prodotti digitali che prevedono il “riconoscimento” del profilo dell'utente e quindi l'adattamento ai diversi gusti e abitudini dei vari potenziali fruitori. Tale modalità, che rende i prodotti sempre più disponibili ad una interazione reale e profonda con l'uomo, è stata concretamente recepita anche dal mondo del furniture design, degli oggetti che invadono gli spazi domestici, concepiti non più solo per assolvere determinati bisogni ma anche per soddisfare esigenze di gusto e, soprattutto, di rappresentazione del modo di concepire i luoghi di svolgimento della vita.
L'architettura invece, per molti versi, è ancora condizionata da presunte ideologie che la ingessano in una inutile rincorsa a tipizzare i comportamenti, ovvero si svuota di ogni contenuto innovativo, perde la sua funzione di immaginare nuovi e più aggiornati stili di vita, rimanendo vittima delle esigenze di un mercato che vede la banalità come obiettivo tranquillizzante per rispondere ad una utenza priva di reali richieste. In particolare l'architettura domestica, quella che ha costruito nel dopoguerra i gusti e le aspettative della società odierna, che ha saputo fare ricerca anche nelle maglie stringenti delle esigenze del mercato immobiliare, sembra essersi chiusa in posizioni di retroguardia. A parte pochi esempi virtuosi, tesi comunque a innovare le relazioni tra i fruitori più che le loro effettive azioni, cede alla tentazione di essere solo edilizia, prodotto standardizzato per un consumo veloce e privo di particolari pretese.
Oggi il progetto di interni o si rivolge ad una fascia di utenti che si possono permettere un progetto “su misura”, che equivale ad una sartoria d'eccellenza prossima all'alta moda, oppure si è stabilizzato su standard del tutto scollegati dalla realtà domestica quotidiana; cioè o risponde in maniera dettagliata a esigenze chiaramente espresse, oppure si svuota di contenuti al fine di essere il mero contenitore tecnologico di oggetti aggiunti ma non integrati.
Quello che invece l'architettura, ed il progetto di interni in particolare, dovrebbe oggi prevedere è una base di dotazioni certe e una flessibilità di utilizzo, nonché di adattamento al gusto e alle mode.
L'interattività, di cui allo slogan della Apple ai suoi esordi, rimane ancora la chiave per spostare l'attenzione dalle cose agli utenti, dalla tecnologia al suo utilizzo, dalle prestazioni al benessere che deriva dal soddisfacimento fisico e psicologico dei bisogni espressi.
Che significa “personalizzare” lo spazio? Con tale termine non si vuole indicare la prassi arredativa o allestitiva dello spazio. Anzi, proprio ritenendo che lo spazio abitativo sul mercato non debba essere proposto “vuoto”, in attesa di una qualsiasi definizione d'uso e di vita, ma già con un suo carattere corroborato da contenuti profondi, non è quindi nella mera disposizione di arredi e suppellettili che avviene l'atto di identificazione tra l'uomo e il suo habitat privato. Rendere adattabile e unico un luogo implica che esso preveda, già nella sua ideazione, sufficienti margini di flessibilità e trasformabilità che devono essere propri del suo carattere espressivo, affine cioè ai suoi contenuti, oltre che una condivisione di scelte e soluzioni in fase esecutiva.
Il progetto di interni contemporaneo dovrebbe prevedere prestazioni garantite in un assetto potenzialmente variabile, opportunità stabili in un sistema invece flessibile. I luoghi domestici non sono, infatti, più fermamente stabiliti da comportamenti uniformi e condivisi come un tempo, quando una stanza vuota, una volta arredata con gli idonei mobili, assumeva immediatamente la forma delle relazioni interpersonali previste dalla funzione. L'abitare odierno è di per sé privo di schemi tipologici capaci di assolvere modi di vita prestabiliti, ogni luogo è inventato di volta in volta ed è in grado di assumere infinite configurazioni sulla base di esigenze sempre dinamiche. La miniaturizzazione degli apparati d'uso corrente, l'assenza di cavi e connessioni, la portabilità di strumenti e oggetti, non prevedono una loro collocazione determinata, invitano quindi a inventare gli spazi che, comunque, non hanno più un confine fisico, ma che risultano essere il punto di partenza da cui scrutare realtà materiali e virtuali, attraverso cui conoscere e comunicare, in una dimensione totalmente atopica.
Lo spazio domestico è forma dell'abitare, ma se i principi dell'abitare non sono rappresentabili da modalità univoche, non sono stabili e ripetitivi, allora lo spazio stesso deve essere mutevole e interattivo, personalizzabile nel senso più profondo di qualcosa che possa divenire, in ogni momento, l'immagine di chi lo abita.
Permettere margini di personalizzazione non significa, in definitiva, un progetto di architettura più debole, piuttosto comporta il coraggio di immaginare scenari sempre diversi in cui l'uomo, alla ricerca del proprio modo di essere, possa rappresentare le proprie inquietudini e soddisfare le più intime aspettative con maggiore forza, coerentemente con lo sviluppo della società di cui è parte.




10 marzo 2017

sono in libreria!


Finalmente sono pronti e in distribuzione nelle librerie i miei due ultimi piccoli lavori.
Si tratta di una sintesi ragionata degli esiti e delle ricerche incentrate su due filoni a me molto cari: quello sugli interni urbani, condiviso con Marella Santangelo, e quello sul costruire nel/sul costruito.
Si tratta di temi studiati, condivisi con studenti e collaboratori, discussi con colleghi e verificati sperimentalmente attraverso tesi di laurea e corsi. Temi su cui è stato scritto abbastanza negli ultimi anni ma sui quali, proprio per questo, era necessario effettuare una sintesi. Si tratta pertanto di "strumenti" utili a chi voglia ancora studiare e capire tali argomenti, per chi, da qui, voglia partire per nuove considerazioni teoriche e metodologiche.

12 febbraio 2017

è in stampa "nel/sul frammenti di una ricerca (impaziente)"



«Gli aspetti della stratificazione probabilmente mi interessano più
delle viste inaspettate che vengono generate dalle rimozioni,
non la superficie staccata che rivela ma il margine sottile,
la superficie staccata che rivela
il progresso autobiografico della sua costruzione.
C'è un tipo di complessità che deriva dal prendere una situazione
altrimenti del tutto normale, convenzionale, anche anonima,
e ridefinirla, ritradurla in letture molteplici e sovrapposte
di condizioni passate e presenti.
Ogni edificio genera una propria ed unica situazione».
G. Matta-Clark


Premessa (perché questo non è un libro ma un taccuino di appunti)
Nel mese di maggio di quest'anno ho tenuto alla Facultad de Arquitectura de Montevideo un ciclo di lezioni intitolato Habitar la Preexistencia. La transformación del sentido del espacio.
Il tema è stato concordato con i docenti e con il decano della Facoltà, Gustavo Scheps, perché si tratta di un argomento di grande attualità in America Latina a cui la FADU di Montevideo, con le sue ricerche, intende dare risposta, vista la crescente esigenza di valorizzazione del patrimonio architettonico esistente.
La pratica di conservazione non è mai avulsa da quella progettuale: abitare la preesistenza implica, oltre gli ovvi interventi di adeguamento tecnologico e strutturale, al di là dei nuovi assetti funzionali idonei all'uso contemporaneo, una trasformazione del significato spaziale, dei contenuti e delle ragioni stesse del manufatto riadattato. Non c'è mai una modificazione dell'aspetto e della forma che non sia coerente con i sensi rinnovati dell'interno, dello spazio abitabile, che è il fine di qualsiasi operazione progettuale.
È innegabile che in Uruguay, come in molti altri Paesi del continente sudamericano, negli ultimi decenni la cultura del “nuovo” ha agito sul preesistente in maniera a volte spregiudicata, sostituendo o alterando sensibilmente manufatti architettonici o intere parti di città, testimonianze vive della storia del luogo. Pressioni economiche e assenza di adeguate normative hanno agito sulla mancanza di consapevolezza del valore del passato, sulla voglia di cambiamento, operando senza una strategia progettuale lungimirante.
All'opposto il progetto di architettura in Italia è stato per troppi anni costretto tra la mancanza di opportunità di immaginare il “nuovo” e un interesse, alle volte eccessivo, alla tutela delle testimonianze del passato, attraverso prassi talvolta solo conservative.
Le esperienze degli ultimi venti anni hanno invece mostrato, in Europa come nelle Americhe, attitudini diverse e spontanee, espresse attraverso una prassi, più che una evidente metodologia, capace di mostrare le ragioni di ciò che appartiene al passato, che chiede di essere attualizzato per continuare a vivere accanto all'uomo.
Ho lavorato a tale tema per molti anni, studiando e analizzando esempi e esperienze, ho sperimentato soluzioni con gli studenti nei corsi universitari e attraverso le tesi di laurea, ho scritto saggi e articoli, partecipato a dibattiti e conferenze, senza tuttavia trovare mai il tempo di fermare le idee in una riflessione esaustiva. Questo anche perché il fenomeno era – ed è – in permanente evoluzione, e qualsiasi enunciato viene in breve superato da esperimenti o interventi critici che apportano continui approfondimenti, aprendo nuovi scenari, teorici e pratici.
La ricca produzione critica apparsa nell'ultimo decennio rappresenta in tal senso un compendio profondo, esaustivo e sfaccettato dei vari punti di vista sull'argomento; riporto in bibliografia, le esperienze che ritengo rappresentino le tappe fondamentali della definizione teorica del tema.
Il seminario di Montevideo è stato pertanto una occasione per tornare sui vari argomenti, per guardare da una prospettiva storiografica i ragionamenti sviluppati in un arco temporale lungo, cancellandone alcuni superati e integrandoli con definizioni più attuali, organizzando le varie forme espressive in un sistema logico compiuto, oltre la modalità più essenziale di solito utilizzata per presentare gli argomenti agli studenti.
Il materiale raccolto, anche quello non utilizzato per ragioni di tempo, è quello che presento in questo piccolo libro, non ordinato secondo lo schema proprio di un saggio critico, piuttosto come la sequenza di spunti e riflessioni, di appunti e dubbi, che sono stati utili a costruire il discorso delle tre lezioni tenute, in spagnolo, ad un attento pubblico di studenti e colleghi.
Si tratta quindi di frammenti uniti e disposti tra loro secondo la struttura espositiva delle conferenze, ricche di immagini, esempi e riferimenti in ambito artistico e letterario che qui vengono omessi per ragioni editoriali.
La forma tipografica del volume, infine, vuole raccontare, con chiarezza, la provenienza delle varie riflessioni: ciò che è tratto da scritti personali, sia pubblicati che inediti, (in maiuscoletto) e che, in parte, era riportato sulle slide mostrate, in spagnolo; una sintesi (in carattere normale) di ciò che è stato detto durante le lezioni e, infine, alcune citazioni tratte dai testi a cui faccio solitamente riferimento (in corsivo).
Pertanto è giusto che non ci si aspetti da questo libro nulla di definitivo o di particolarmente innovativo su un tema già abbondantemente trattato e in continuo divenire, ma solo gli appunti raccolti in un ideale taccuino che si è consolidato nel tempo, le tracce di un percorso logico e di ricerca, lungo, appassionato e disomogeneo (niente affatto paziente) e talvolta casuale, che ha avuto molti compagni di viaggio in questi anni (tra cui i miei collaboratori e gli studenti, sempre attenti, di tanti corsi dedicati a questi temi), con le quali è stato possibile organizzare un discorso articolato, finalizzato a rintracciare modi e ragioni di una specifica prassi progettuale. Giungendo, come spesso capita, a porre domande più che a dare risposte definitive, ad aprire nuove riflessioni, a indurre dubbi piuttosto che a racchiudere il pensiero, proprio di un'attività così complessa, in rigidi schemi (ideologici).

P.G.